Chi cerca trova (terza parte)


Alzò lo sguardo e vide suo marito sollevare il coperchio della panca.

Ma guarda te se ‘sto imbecille è capace di farsi i fatti suoi…

Vide Frederick chinarsi sopra di essa.

Adesso lo tiro sotto, lui e quella stramaledetta cassapanca…

L’uomo rimase a guardarci dentro per più tempo di quanto fosse necessario. Ci si infilò dentro con tutta la testa, appoggiandosi con le mani al bordo più lungo.

Ma che cazzo sta facendo quell’idiota?

Joanna premette con forza sul clacson, il quale risuonò con più forza di prima nella notte silenziosa. Questa volta Frederick non parve farci minimamente caso. Rimase curvo sopra la cassa aperta, forse esaminando qualcosa.

Fu quando Joanna si decise a scendere dalla macchina per andare da lui, decisa a trascinarlo via di lì con la forza se era necessario, che l’uomo si rimise in posizione eretta. Si voltò verso di lei e la fissò in volto.

I fari della Skoda illuminarono il viso del marito.

Joanna, che aveva appena fatto in tempo ad appoggiare un piede fuori dalla macchina, sentì un buco allo stomaco come se qualcuno le avesse improvvisamente dato un pugno. Fu come cadere per un centinaio di metri, quasi sotto di lei si fosse aperta improvvisamente una voragine.

Per un attimo pensò che stesse per svenire. Ma non svenne, anche se avrebbe preferito farlo.

Appollaiato su una spalla del marito, un grasso topo della dimensione di un cucciolo di cane era indaffarato a mangiare quello che rimaneva della sua testa.

Frederick non aveva più capelli né cranio e il muso del topo rovistava nel cervello scoperto di suo marito come tra i rifiuti di un cassonetto, tra la materia grigia strappandone bocconi famelici, rosicchiando nel grigiore pallido della sua polpa, ben saldo sulle zampe posteriori.

Joanna rimise istintivamente il piede dentro la macchina e richiuse con violenza la portiera, rischiando di amputarselo per la troppa fretta.

Il petto dell’uomo era lordo di sangue, una macchia rossa irregolare che gli riempiva quasi tutta la camicia.

Non riusciva a staccare gli occhi da quelli del marito. Forse perché anche Fredrick la stava guardando a sua volta. E non sembrava minimamente sorpreso, di quello che gli stava accadendo. Le parve quasi di vedergli sul volto un mezzo sorriso.

Dal canto suo, Joanna non riuscì neppure a gridare o emettere alcun verso. Era come se ogni forza spirituale e fisica le fosse semplicemente scivolata sotto i piedi, oppure evaporata nell’aria calda di quella sera estiva.

Una parte di lei pensò “è un cazzo di incubo… sto solo sognando…”, mentre il resto del suo intelletto abbandonava inesorabile la sua mente per andarsene su altri lidi.

Quella che a prima vista le era sembrata un’enorme macchia di sangue improvvisamente si mosse. Aggrappato alla camicia di Frederick c’era una specie di bambino. Un piccolo bambino rosso come la carne nuda che aveva esposta, completamente scorticato ad eccezione del piccolo cranio, fitto di capelli che erano più simili ad una peluria riccia, bianca come la neve. La piccola testa riccioluta ondeggiava sul tronco dell’essere come se la creatura facesse fatica a tenerla dritta.

Quando infine sembrò decidere di non controllarne più il movimento, la piccola testolina crollò all’indietro, ribaltandosi all’ingiù sulla schiena umida di sangue e carne viva. Guardò verso di lei e digrignò i denti.

Troppi denti. Più di quanto fosse decoroso averne. In quello e in qualsiasi altro universo.  

La faccia era quella di un vecchio, ma scura e rugosa come il muso di una scimmia.

Fu in quell’esatto momento che Joanna sentì il suo spirito abbandonare il corpo.

Fu una sensazione molto strana, non ne aveva mai provate di simili. Il corpo le si fece di ghiaccio, come se il sangue le fosse diventato tutto a un tratto acqua di torrente montano. Estranea al suo stesso fisico si vide e si ascoltò mentre dentro la macchina gridava fuori controllo, come impazzita, mettendosi con movimenti scoordinati e convulsi al posto del guidatore.

Chiuse la portiera che Frederick aveva lasciata aperta e girò la chiave d’accensione così forte che rischiò quasi di romperla, mentre con l’altra mano stritolava il volante fino a farsi diventare le nocche bianche come il latte.

La macchina non voleva saperne di partire. Sembrava come morta.

Nel frattempo, Frederick crollava con le ginocchia sull’asfalto umido della notte, sempre con quel mezzo sorriso ebete stampato sulla bocca. Il mostro bambino rialzò la testa e la sua faccia da vecchia scimmia: con un paio di guizzi, senza staccarsi da Frederick, si mise sulla sua schiena e con un morso famelico si avventò sulla spalla del marito, strappandone un morso.

Non si diede neppure la pena di scostare prima la camicia.

L’uomo non sembrò del resto accorgersi di nulla. Il ratto continuava il suo fiero pasto, aggrappato con le zampette anteriori a quello che rimaneva del suo cranio, aperto come un uovo alla coque.

Joanna fece un altro paio di tentativi con la chiave d’accensione, senza smettere per un istante di gridare, poi l’istinto prese il sopravvento: aprì la portiera e si buttò letteralmente sulla strada.

Vide Frederick che cadeva a sua volta di faccia sull’asfalto nero ed umido, con un suono sinistro, come di uno straccio bagnato e sbattuto con forza. Quello che rimaneva del suo cervello si riversò fuori dalla scatola cranica.

Il grosso ratto si spostò con un balzo per poter continuare il suo pasto, mentre il bambino scimmia rimase sulla schiena di suo marito, seguitando a sbranarlo come se nulla fosse.  

Joanna si alzò in piedi e cominciò a correre lungo la strada nera, mentre la sua coscienza riprendeva lentamente il suo posto all’interno delle sue membra tremanti e gelate.

Dalla cassapanca stava uscendo qualcos’altro, ma lei non sarebbe certo rimasta a vedere che cosa fosse e neanche voleva saperlo.

Fece solo in tempo a vedere quelle che sembravano dita spuntare da dentro il mobile, come se la creatura a cui appartenevano vi si stesse aggrappando per uscire in tutto il suo orrore.

Nere e putride di carne marcia, erano talmente grandi da coprire la cassapanca per tutta la sua lunghezza.

Mentre correva, continuando a gridare disperata, Joanna si chiese per un istante come potesse una creatura così grande stare dentro in quella cassapanca, dove a stento ci sarebbe stata una persona adulta.

Era una domanda alquanto sciocca, lo sapeva, e di certo non l’avrebbe salvata da quello che stava arrivando a prenderla, con passi umidi e possenti, talmente pesanti da far tremare quella strada buia e il mondo intero.

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