
Jason Jedidiah Myers (pseudonimo di fantasia) nasce il 12 dicembre del 1974 nell’ospedale psichiatrico “Antonini” di Mombello, provincia di Monza-Brianza (all’epoca ancora provincia di Milano), dove la madre naturale è ricoverata per una grave forma di schizofrenia.
Della sua infanzia si hanno poche notizie, se non che viene dato in adozione qualche mese dopo la nascita ad una famiglia benestante della Brianza, che però non riesce a tenerlo con sé a lungo, dato che all’età di dodici anni circa si allontana volontariamente dalla famiglia adottiva, dandosi al vagabondaggio per un breve periodo, fino a che non viene ritrovato dalla polizia nel sottopassaggio di un piccolo centro del Pavese. Dopo quell’avvenimento, la famiglia adottiva prende atto dell’impossibilità di crescere Jason in autonomia, anche a causa di non ben specificate peculiarità caratteriali, e la sua vita sarà costellata da frequenti ricoveri psichiatrici in istituti ospedalieri e soggiorni forzati in centri di recupero sociale, fino al raggiungimento della maggiore età.
Non si ha alcuna informazione certa, per quanto riguarda la vita di Myers dall’età di diciott’anni fino ai giorni nostri, dato che il nostro non ha mai voluto – quantomeno fino al momento in cui si stanno scrivendo queste poche righe – dare alcuna informazione a riguardo.
Jason J. Myers, in diverse interviste che il sottoscritto ha tentato di fargli, non ha mai voluto rilasciare notizie particolareggiate riguardo la sua infanzia e giovinezza: le poche notizie che si hanno di lui le ho potute recuperare attraverso contatti telefonici o via mail con i genitori adottivi (ancora in vita) e con qualche operatore socio-sanitario tra quelli che lo hanno conosciuto nei suoi periodi di permanenza nelle varie strutture; tutte le persone coinvolte in questa mia ricerca biografica hanno in ogni caso espresso la loro volontà rimanere nell’anonimato.
Chi scrive ha conosciuto Jason per caso, prima della pandemia da Covid, in un bar di periferia della provincia milanese. Ciò che ci ha legato fin da subito, nonostante fossimo all’inizio due perfetti sconosciuti, è stata la comune passione per l’orrore in tutte le sue forme artistiche, dal cinema alla letteratura, passando per la musica e la pittura. Da quel che mi ricordo ci siamo visti diverse sere, sempre in quel bar, e ogni volta ci siamo persi in chiacchierate lunghissime sulle opere di Carpenter, i romanzi di Barker (entrambi autori verso i quali Myers nutre una devozione particolare) e mille altri autori e argomenti riguardanti l’horror e il soprannaturale dei quali Jason sembra conoscere tutto, come un’enciclopedia vivente del genere.
È stata solo una dell’ultime sere passate insieme, qualche settimana prima della pandemia, che mi ha confidato di essere a sua volta uno scrittore.
“Però io, a differenza di tutti gli altri, scrivo solo di quello che conosco…” mi ha detto con parole sibilline.
Forse ero troppo brillo per accorgermi di qualche inflessione ironica nella sua voce e nelle sue parole: lì per lì mi si sono rizzati i peli su tutto il corpo, anche dove non pensavo di averne.
Lui deve aver visto la mia faccia sbiancarsi ed ha tuonato una grassa risata che ha fatto voltare i pochi clienti rimasti nel bar.
“Ma sto scherzando… ti piglio in giro dai!” ha cercato di tranquillizzarmi con una pacca sulla schiena, senza smettere di ridere.
Come ho potuto constatare dalle conversazioni successive, il caro Jason è dotato di un senso dell’umorismo molto nero e tutto particolare: è stato lui stesso, del resto, a suggerirmi questo pseudonimo di fantasia: Jason (il Voorhees di Venerdì 13) Jedidiah (quel Jedidiah “Bubba” Sawyer alias Leatherface, di Non aprite quella porta), Myers (il Michael di Halloween)
Ad ogni modo, quella è stata una delle ultime sere che ci siamo visti di persona.
Poi è arrivata la pandemia.
Da quel momento in avanti, sono riuscito a mantenere con Myers un rapporto a distanza, fatto di mail, videochiamate e messaggi whatsapp.
A tutt’oggi, nonostante la pandemia sia ormai terminata ormai da un secolo, non abbiamo ancora avuto il piacere di rincontrarci e la nostra amicizia da allora è rimasta prevalentemente virtuale.
L’idea di prendermi cura dei suoi lavori, quindi catalogarli, tutelarli e infine progettare un blog che li divulgasse è stata fin dall’inizio una mia idea e ne rivendico con orgoglio la paternità, dato che ritengo i suoi racconti e le storie che scrive meritevoli di un pubblico, che abbiano davvero un fondo di verità (come a lui piace ogni tanto scherzare sopra, con quel senso di macabra ironia che lo contraddistingue) oppure che siano – più verosimilmente – al cento per cento frutto della sua fervida fantasia.
Non mi rimane quindi che augurarvi buona lettura e un sonno tranquillo, magari di quelli che generano mostri…
p.s. mi riservo naturalmente la facoltà di riscrivere questa biografia, arricchendola di nuovi particolari, nel caso in futuro il nostro vecchio amico Jason voglia aprirsi a me – e anche a voi – più di quanto abbia fatto finora.
Jake Green