Abisso


Karl si avvicinò barcollando all’amico. Gli accarezzò il volto emaciato, sorridendo con poca convinzione. Cercando di non cadergli addosso si sporse in avanti, fino a sfiorargli un orecchio con la bocca. Dovette appoggiarsi alla sedia su cui era seduto Barker per rimanere in equilibrio. La vodka non perdonava.

“Adesso ti caverai entrambi gli occhi con questo cucchiaio – gli sussurrò mentre glie ne porgeva uno – poi te li mangerai come se fossero caramelle. Vedrai, sono dolci come il miele…” Il tono della sua voce era atono, privo di meraviglia.

Il viso inebetito di Barker di si illuminò di una ferocia splendida. Diamanti tra le rughe.

Prese il cucchiaio che Karl gli porgeva e con calma se lo portò all’occhio sinistro. Il metallo si fece strada dentro l’orbita scavando tra una palpebra e l’altra. Lento ma costante. La carne, così dicevano, era debole; ma non lo era per nulla nella realtà e forse neanche nel paese dei sogni.

Karl gridò come un matto. Ciononostante, continuò a scavare.

Gli incubi alati controllarono che il nuovo ospite facesse il proprio dovere, seguitando come loro solito a defecare sul pavimento e a ridere senza ritegno. Dalle piccole pance sventrate dei demoni le viscere esposte si contraevano come nidi di serpenti. Più le feci uscivano dai loro sfinteri, più le loro budella rotolavano fuori sul pavimento, spiaccicandosi con rumori bagnati sulle piastrelle bianche.

Erano comunque lesti, a riprendersele e a ficcarsele di nuovo in corpo.

Capitava a volte che qualcuno tra loro si confondesse e si riempisse il corpo con le viscere del vicino. Ma era un problema di poco conto e nessuno di quei mostri pareva preoccuparsene troppo.

Il primo bulbo venne via a fatica. C’era un nervo che non ne voleva sapere di staccarsi. Karl pensò che forse doveva aiutare il suo amico. Prese una forbice arrugginita dal tavolo degli attrezzi e recise la carne. Barker lo ringraziò con altre grida meravigliose. 

Poi, finalmente inghiottì l’occhio che si era cavato. Cominciò a masticare… dolce come il miele… L’orbita vuota vomitò sangue fino ad inzuppargli il petto. Un fiume rosso in caduta libera verso l’inferno. Ben presto il ventre nudo dell’uomo ne fu completamente lordo.

Karl attese che Barker facesse altrettanto con l’occhio destro, poi gli voltò le spalle. Il dolore diventava noioso, dopo un po’… Prese un coltello da macellaio, dalla lama corta e fine, da uno dei cassetti. “Ora ti amputerò il braccio sinistro”  lo informò. “Partirò da qui sopra – passò il dito sulla spalla nuda, accarezzando il muscolo. – Questo farà molto male. Mi spiace ma non posso farci nulla. Tu cerca solo di rimanere in piedi fino all’ultimo…”

Clive annuì sbuffando. La sua bocca masticava senza sosta.

Karl si fermò a riflettere per un momento.

“ Forse è meglio se ti do dell’altra morfina…”

L’altro si scompose in un sorriso. I suoi denti erano impiastricciati materia gelatinosa e sangue. Aveva terminato di mangiare. Karl prese la siringa usata dal tavolino e la boccetta di liquido trasparente. Infilò l’ago nella gomma che chiudeva il collo della bottiglietta, riempì il corpo della siringa a metà. Fece uscire tutta l’aria sprizzando uno schizzetto verso l’alto.

Clive aveva ancora legato il laccio emostatico sopra l’incavo del gomito destro. Lui ci picchiettò sopra fino a che la vena non si gonfiò leggermente, quel tanto che bastava per centrarla al primo colpo. Infilò l’ago nel braccio e spinse lo stantuffo di plastica, vuotandone l’intero contenuto dentro la carne dell’amico.

Per un paio di secondi non accadde nulla, se non che Barker seguitava a ridere come un demente. Poi il suo corpo nudo vacillò in avanti, rischiando di crollare a terra. Karl lo tenne in piedi con un abbraccio e aspettò qualche minuto fino a che non fu sicuro che l’altro non sarebbe svenuto.

CONTINUA…


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