Quando fu chiaro che le gambe dell’amico non avrebbero ceduto, Karl si districò dall’abbraccio e con il coltello ben stretto nella mano cominciò ad incidere la carne tra clavicola e omero.
Questa volta non ci furono grida. Barker era completamente fatto. Perso in un mondo tutto suo. Con la punta del coltello, affilato come un rasoio, Karl trovò la giuntura tra le due ossa e si diede da fare. Fu più facile del previsto. Gli rimase solo da incidere i tendini e il braccio dell’altro cadde a terra come un verme nodoso. Il sangue spruzzò copioso dalla sua spalla.
“ Abbiamo quasi finito. “ Lo tranquillizzò.
Uno dei demoni batté le sue ali trasparenti e rosate, agitando il pulviscolo nell’aria. Gli altri attendevano che Karl si levasse da lì per cominciare il loro banchetto, ma nessuno di loro pareva troppo impaziente. A parte quello che fendeva l’aria con le sue ali di pipistrello.
“ Non mi sento molto bene.” Disse Clive a quel punto.
Karl si staccò da lui e lasciò che crollasse sulle ginocchia, poi sul petto, sbattendo il naso contro le piastrelle umide di sangue ed escrementi. I cinque incubi, a quel punto, spiccarono un breve volo sul corpo morente. Cominciarono a strappare le carni con i loro denti guasti e malformi. I loro corpi minuscoli e pelosi come quelli di vecchie scimmie nere si dimenavano sopra Karl, emettendo versi agghiaccianti e soddisfatti.

L’aria si riempì di gorgoglii fradici e dei lamenti dell’uomo che moriva. Uno dei demoni si concentrò sui lombi nudi, strappando prima la pelle e poi la carne. Divorò l’intestino e il suo contenuto. Il demone scrollò la testa con violenza, cercando di sbranare più carne che poteva. L’odore delle feci e dei succhi gastrici ammorbò l’aria di fetore nauseabondo.
Karl si voltò dall’altra parte e vomitò sul pavimento.
Non ci metteranno molto, pensò, mentre la cena di qualche ora prima si riversava copiosamente sulle piastrelle. Uno dei demoni sembrò accorgersi del nuovo odore. Alzò la piccola testa rugosa e senza peli, rosa come le ali. Annusò l’aria arricciando il naso appena pronunciato e guardò verso Andrej con la moltitudine dei suoi occhietti maligni, che gli incorniciavano il perimetro del volto come una collana di perle lucide. Scivolando sulle zampe gli si avvicinò. Abbassò la testa sul vomito ancora caldo e si diede da fare per ripulire il pavimento. Andrej fece in tempo a riversargli un ultimo conato sopra la testa, ma il mostro non sembrò curarsene troppo, concentrato sul lauto pasto.
Quando i demoni ebbero finito, di Karl non rimase alcuna traccia, neppure un minuscolo frammento di ossa. I denti dei piccoli mostri avevano frantumato e masticato anche quelle.
Andrej non attese che lo congedassero e corse su per le scale in cemento nudo… I demoni non ci mettevano molto a farsi tornare l’appetito. Uscì dalla porta che dava in cantina con gambe malferme, chiudendosela immediatamente dietro a doppia mandata.
Per quanto Clive non fosse stato il primo, ma solo l’ultimo di una lunga serie, l’odore del massacro era una cosa a cui non sarebbe mai riuscito ad abituarsi. Il suo stomaco non era abbastanza forte. Vide dalla finestra del disimpegno sull’ingresso che il cielo s’era rabbuiato; la casa era immersa in una semioscurità piacevole.
Andò in salotto e il Macinatore era sempre lì, dove lo aveva lasciato qualche ora prima, andando in cantina insieme ai suoi ragazzi. Il mostro era seduto sulla poltrona divelta, completamente immobile. I suoi occhi rossi erano spalancati, ma sembrava quasi che lui non fosse cosciente.
Il feto morto che aveva appeso al collo, come un monile, pareva più sveglio di lui.
Il suo corpo enorme, nudo e brulicante di vita dei prolungamenti nella sua carne corrotta, che si muovevano come tentacoli mozzati, si stagliava possente nell’ombra, oltre i confini del reale. L’essere si voltò lentamente a guardarlo.
“Vado a farmi una doccia.” Gli disse Karl.
Il Macinatore gli sorrise con tutte e quattro le sue bocche sdentate.
“ Va pure…”
Karl uscì dal salotto e si diresse in bagno. Sarebbe stata una gran bella cosa farsi un boccone, dopo. E innaffiare il tutto con una bottiglia di vodka. L’alcol gli avrebbe fatto dimenticare di essere vivo, almeno per un po’. Scostò la porta di finestra di vetro e aprì il rubinetto della doccia. Si spogliò, gettando i vestiti in un angolo del bagno, come tanti stracci. Entrò richiudendo dietro di se il cristallo trasparente. L’acqua divenne subito bollente.
CONTINUA…