Abisso (terza parte)


“ Non avresti dovuto farlo, lo sai.”

“ Si, lo so.”

“ Una volta superato quel confine non si può più tornare indietro, non sono io che stabilisco le regole… è così dalla nascita del tempo e lo sarà sempre.”

Il Macinatore era in vena di parlare, quella sera. Guardava lo schermo piatto del televisore appeso al muro con estremo interesse, come al solito.

Karl stava mangiando un panino sul tavolo buono del salotto e intanto ci dava dentro con la vodka. Entrambi facevano conversazione senza staccare gli occhi dalla tv.

Era una cosa che al Macinatore piaceva molto, la televisione. Gli piacevano soprattutto i cartoni animati.

“ Se solo tu avessi lasciato chiusa la porta che dà sul nostro mondo, tutto questo non sarebbe stato necessario, per così dire. Neppure noi amiamo mischiarci con voi del mondo chiaro.”

“ So anche questo…” Karl riempì nuovamente il bicchiere con altra vodka; la mando giù d’un fiato. Il calore gli invase lo spirito e la carne.

Ancora un paio di cicchetti e sarebbe svenuto come tutte le altre sere, lì sul tavolo. Il giorno dopo si sarebbe risvegliato con la testa in fiamme e lo stomaco distrutto, ma non importava. Avrebbe trovato il Macinatore nella stessa posizione, immobile come un fottuto Budda spaventoso ed enorme.

Sarebbe ricominciato tutto quanto da capo.

Le creature del mondo oscuro non avevano altro scopo che sbranare e distruggere. Nessun’altro. E la carne umana piaceva loro da matti. Non era per sopravvivenza, che se ne nutrivano. Avrebbero potuto farne a meno, così come facevano nel loro mondo.

Costringevano lui a fare quello che faceva solamente perché le torture rendevano la polpa più prelibata. Come un’ottima marinatura. Erano dotati di una bramosia famelica che non aveva limiti.

Il Macinatore preferiva i neonati. Dato che non aveva denti necessitava di carne che fosse il più tenera possibile. Costringeva Karl a rapire quelle povere creature, ad osservarlo mentre se le mangiava ancora vive. Aveva legato a se l’uomo con un maleficio il giorno stesso che aveva varcato la soglia tra i due mondi. S’era appropriato della sua volontà come di un cucciolo abbandonato per strada. Aveva trasformato la sua vita in un inferno in terra; nessuna maniera di scamparne. Quell’abisso sarebbe durato in eterno…

Le creature del mondo oscuro avevano il potere di donare l’immortalità e così avevano fatto con lui. Karl aveva tentato il suicidio tante di quelle volte che neppure se ne ricordava il numero esatto. Si risvegliava ogni fottuta mattina ancora vivo.

Non avrebbe dovuta aprirla, quella maledetta botola; su questo, concordava con il Macinatore.

Ma la tentazione era stata così forte…

Fin da quando era bambino, il mistero della botola che si trovava in cantina aveva esercitato sulla sua mente curiosa un’incredibile attrazione. La catena pesante e il lucchetto arrugginito, grande quanto la mano di un uomo, che la chiudeva…

I simboli lineari e a lui sconosciuti impressi nel metallo liscio, come disegni senza significato. Tutte quelle cose scatenavano in lui il fascino del mistero e dell’avventura. Si immaginava un mondo intero e meraviglioso, lì sotto.

Si ricordava ancora di quella volta che aveva chiesto a suo padre che cosa nascondesse quel varco e di come quella semplice curiosità avesse sconvolto quell’omone di cento e passa chili. Erano a tavola per la cena, i suoi genitori, il nonno e lui.  Era calato un silenzio innaturale a quella domanda, cosa che lo aveva fatto ancor di più incuriosire.

“ E’ solo un buco che da sul sistema fognario. –  gli aveva risposto suo padre dopo un attimo di incertezza. – Lì sotto ci sono solo tubi arrugginiti e topi…”

Non se n’era mai più parlato, anche perché nonostante fosse stato, a quell’epoca, solo un ragazzino, Karl aveva capito benissimo che tale argomento era una sorta di tabù, in famiglia. Lo aveva capito dalla risposta evasiva del padre e dalle facce che avevano fatto tutti quanti, come se un estraneo fosse improvvisamente entrato in casa loro con un fucile spianato.

Solo il nonno glie ne aveva parlato ancora. “Stai lontano dalla cantina, Karl… stacci lontano più che puoi… e soprattutto scordati quella botola del cavolo! Ci siamo capiti?”

CONTINUA…


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