Mobland stagione 1: tutto quello che di brutto potete pensare sugli inglesi e anche di più.
Quando si parla di criminalità organizzata inglese su grande o piccolo schermo, il nome di Guy Ritchie è di solito la garanzia che ti assicura divertimento e qualità generale, dato che in trent’anni o poco meno di onorata carriera il nostro Ritchie non ha mai sbagliato un colpo, quando si tratta di descrivere il sottobosco Londinese e la sua fauna più o meno armata e violenta.
Però attenzione, perché Mobland è una serie prodotta da Ritchie, ma non scritta da lui, e questa è una premessa molto importante, in quanto la serie si discosta non poco dagli stilemi del nostro, lasciando per strada (oltre a svariate strisce di sangue) tutta la leggerezza e l’ironia che di solito si trovano nei suoi lavori.

Mobland, a farla breve, è una di quelle serie che ti colpiscono dritto allo stomaco: la storia è classica, che più classica non si può, ma a memoria non ricordo così tanta violenza e depravazione morale (esplicite, suggerite o raccontate) in una serie sulla malavita organizzata londinese. Sì, anche Gangs of London non scherzava, su questo siamo d’accordo, ma in Mobland c’è come una sorta di filo nero e disperato che ti si stringe intorno al collo come in un’esecuzione mafiosa.
Tanto per dire, non c’è un solo personaggio (tra gli “eroi” della storia) per i quali si riesca a provare un briciolo di simpatia: da Harry Da Souza, un monolitico Tom Hardy, fino ad arrivare a Maeve Harrigan, Helen Mirren strepitosa, tutti i personaggi principali della storia – che fanno parte di una delle due famiglie malavitose – rappresentano il peggio del peggio dell’animo umano, imbruttito e sordido nella sua ricerca smodata di potere e soldi, trasfigurato all’eccesso dalla mancanza di ogni morale al di fuori dei propri interessi personali.
Detto questo, com’è questa prima stagione di Mobland?
Assolutamente strepitosa, cazzo! Se ancora non l’avete vista e vi piace il genere (hardboiled, noir, thriller, action o come diavolo volete chiamarlo) non dovete perdervela per niente al mondo.
Al di là delle considerazioni iniziali sulla mancanza di ironia – presente diciamo allo 0.01% – e sulla depravazione morale dei personaggi principali, Mobland rimane comunque una delle serie migliori uscite negli ultimi tempi e le ragioni per le quali vale la pena guardarla sono più di una.
La prima ha diversi nomi e cognomi: i già citati Tom Hardy e Helen Mirren, ma anche Paddy Considine e Geoff Bell, senza dimenticare Pierce Brosnan, che pur risultando l’anello debole di tutta la catena (più avanti spiegherò il perché) conserva intatto il suo fascino brit-irish.
Un’altra ragione per cui vedere questa serie è la notevole dose di violenza e anche il realismo con il quale sono state girate le scene di azione/mazzate dolorose che si vedono in ogni puntata: non so spiegarvi il perché io sia attratto – come moltissime altre persone – da questo genere di film/serie in cui la trama sembra quasi un pretesto per allacciare un ammazzamento feroce all’altro: fatto sta che quest’ultimi sono fatti molto bene e se siete come me dei fan dei film ultraviolenti che parlano di mafia e affini, Mobland è una sorta di parco giochi della violenza grafica, esplicita e senza misericordia.

Per alcuni potrebbe essere un difetto, dato che a volte sembra che gli sceneggiatori nonché ideatori di Mobland, Ronan Bennet e Jez Butterworth, abbiano in qualche modo voluto spingere l’acceleratore sul sangue e sulla violenza solo per tenere desta l’attenzione dello spettatore, in una sorta di desiderio di scioccare e stupire sempre di più ad ogni puntata.
Per quel che mi riguarda, se anche così fosse non trovo che sia una tecnica sbagliata a livello di scrittura. Voglio dire, uno non si guarda di certo una serie come Mobland per annoiarsi o prendere sonno la sera.
Per certi versi – e vuole essere un complimento – mi ricorda un po’ Ozark (altra serie strepitosa), però con meno pause riflessive tra un morto ammazzato e l’altro. Tutto è spinto oltre il suo limite, con l’acceleratore a tavoletta: esagitato, frenetico, paranoico come un cocainomane totalmente sballato e in piena botta.
Ma torniamo al nostro caro Brosnan e al perché, secondo il mio modesto parere, tra tutti quanti è forse quello che mi è piaciuto di meno. Metto le mani avanti e dico subito che Pierce Brosnan è un attore che mi piace da sempre: ha quel non so che di sfacciato e fascinoso che me lo ha sempre fatto adorare, fin dai suoi esordi in “Mai dire sì” (una serie degli anni ottanta che mi vedevo da bambino). Persino come James Bond è nella classifica dei miei preferiti.
Però in Mobland non mi convince del tutto.

Voglio dire, il suo personaggio dovrebbe essere il più terribile di tutti, una sorta di Satana salito in superficie a portare sangue, dolore e disperazione ovunque passi. E in effetti Conrad Harrigan, nel corso della storia, si dimostra sia a parole che a fatti degno della sua fama. Però non è che guardando la faccia da bravo ragazzo di Brosnan, quello sguardo ammiccante da amicone di bevute, mi riesca facile credere a tanta cattiveria.
Tanto per dire, Helen Mirren da quel punto di vista è semplicemente perfetta: la sua interpretazione è talmente perfida e sgradevole, sia nelle movenze che nello sguardo, da farti provare odio sincero. Tom Hardy, dal canto suo, sembra un cazzo di Golem inarrestabile, privo di ogni scrupolo morale o qualsiasi voglia umanità (tranne forse con moglie e figlia, altri due personaggi simpatici come la merda di cane sotto le scarpe)
Brosnan rimane comunque un grande attore, a mio avviso, e non voglio dire che sia totalmente fuori parte, il suo dovere lo fa egregiamente: forse questo Conrad Harrigan non è proprio il personaggio ideale per le sue corde interpretative, tutto qua. In ogni caso, ripeto, nulla che scalfisca il valore generale dell’opera, di un livello superiore a tantissime altre di questo genere.
Per finire, vi lascio come sempre al parere personale di Jason J. Myers, l’autore dei racconti horror presenti in questo blog.
“Mobland è un calcio nelle palle dopo che te le hanno tagliate e messe in gola, una serie così tosta che vi prenderà allo stomaco dalla prima all’ultima puntata. Una roba così violenta e cupa che vorrei averla scritta io. Se “Quei bravi ragazzi” è il vostro film del cuore, se amate i lavori di Winding Refn al netto delle (pallose) parti autoriali, se accendete la tv solo per guardare i programmi true-crime, allora non potete perdervi Mobland.”
VOTO: 8 e 1/2
Autore della recensione: Jake Green