Non aprite quella porta 1974 : come Tobe Hooper rivoluzionò per sempre il cinema horror.
Recensire un capolavoro del genere horror come Non aprite quella porta, diretto da Tobe Hopper nel lontano 1974, è un po’ come voler decantare la magnificenza di un Salvador Dalì o la perfezione di Revolver dei Beatles: si rischia di dire cose già dette o peggio ancora di non dire abbastanza.
Perché è chiaro, semplice e indiscutibile come il sole sopra le nostre teste che Non aprite quella porta è un film indimenticabile, di una perfezione sporca e rara, che al pari de L’esorcista, Nightmare-dal profondo della notte, Halloween e pochi altri ha saputo dare una caratura artistica pop ad un genere che molte volte è stato bistrattato o relegato nell’ambito della cultura di serie B.
Rivisto dopo quasi cinquant’anni, ciò che stupisce è la genuina atmosfera di terrore putrido, malato e sporco che Hopper ha saputo rendere tangibile, grazie ad una gestione mirabile dei tempi e dei luoghi, girando con mezzi limitati (appena 140.000 dollari di budget) in un’America rurale della quale ha saputo restituire il fascino perturbante e desolato, ai limiti dello squallore.
Profondo e segreto, piena di mistero nella sua semplicità omicida, il Texas di Hopper ha saputo regalare al mondo uno dei miti horror più incisivi e influenti dei decenni scorsi e dei prossimi a venire: la famiglia Sawyer, cannibali psicopatici dediti all’omicidio seriale ed in particolare lui, Leatherface, boogeyman del cinema horror tra i più spaventosi e terribili, ispirato ad un vero serial killer come Ed Gein.
Il termine icona, nel caso di Leatherface, non è usato a sproposito: ai giorni d’oggi ne parliamo come moltissimi anni fa si poteva parlare di Dracula, l’uomo lupo o Frankestein; alla pari di Jason (Venerdì 13), Michael Myers, Ghost Face o Freddy Krueger, il nostro Faccia di pelle si è guadagnato un posto tra le figure horror più indimenticabili di tutta la storia del genere.
Ma sarebbe riduttivo e ingiusto nei confronti di Tobe Hopper considerare Non aprite quella porta unicamente come la pellicola di esordio di Leatherface. Gli ultimi due film “Leatherface” (2017) e “Non aprite quella porta” (2021) sono lì a dimostrarlo: per quanto il primo sia uno slasher pregevole e il secondo un tentativo apprezzabile di rinnovare il mito, entrambi non sono riusciti a ricrearne le atmosfere originali.

Quel terrore semplice e puro, quelle atmosfere sordide e malate, quell’assoluta amoralità e perversione che caratterizza tutti i componenti originali della famiglia Sawyer e che solo un genio come Tobe Hopper poteva rendere così veri, così spaventosamente reali. Un genio selvaggio e sregolato che con quattro soldi ha saputo rendere immortale la calura di un’estate texana e la violenza cieca, senza alcuna logica, di una delle famiglie più perverse di tutta la storia dell’horror.
Ora ne parliamo come di un classico, certo, e purtroppo possiamo solo immaginare come dev’essere stato vederlo per la prima volta al cinema nel lontano 1974, ma le prime apparizioni di Leatherface dietro quella porta, il nonno mummificato con il martello in mano, papà Sawyer e il suo sorriso sadico… tutto ciò riesce ancora oggi ad inquietarci nel profondo come se Non aprite quella porta fosse stato girato ieri.
Ed è questo a renderlo un capolavoro immortale.
Come dice Jason J. Myers, autore dei racconti horror presenti in questo blog:
“Sono diverse le pietre miliari nel cinema horror: ma se vogliamo considerare un prima e un dopo bene definiti, allora non si può fare a meno di pensare a un prima e un dopo Non aprite quella porta. Perché dopo il film di Hopper nulla è stato più come prima, nell’universo cinematografico di genere, e ogni film con degli psicopatici come protagonisti si è dovuto confrontare prima o poi con quel capolavoro assoluto. Senza ombra di dubbio tra i migliori dieci film horror di tutti i tempi! “
VOTO: 10 e lode
Autore della recensione: Jake Green