The substance: un biglietto di andata e ritorno negli abissi horror degli anni ottanta.
Ci sarebbero innumerevoli motivi per i quali decantare la magnificenza di un film come The Substance di Coralie Fargeat: da una splendida e impeccabile Demi Moore – audace e spregiudicata ad interpretare un ruolo del genere – ad un’atmosfera vintage anni ottanta che riesce a condensare in 140 minuti più reminescenze horror di quattro stagioni di Stranger Things messe assieme (non me ne vogliano i fan, ai quali appartengo), per finire con una “perfezione” Kubrikiana generale, che riesce a rendere ogni inquadratura ed ogni scena un omaggio geniale ai film di quella splendida stagione di celluloide rosso sangue che sono stati gli anni ottanta.

Perchè sì, The substance sarebbe un body horror del tutto godibilissimo anche senza bisogno di scomodare l’epoca d’oro dell’horror americano (e non solo), ma rimane il fatto che al di là di una storia avvincente, dagli echi Pirandelliani e Wildeiani (Oscar, per intenderci), abbiamo in surplus tutto un sottotesto visivo fatto di suggestioni e rimandi che potrebbero far scendere qualche lacrimuccia di gioia mista nostalgia a più di un cinquantenne, come il sottoscritto: chiunque insomma abbia avuto il piacere di vivere di persona il periodo d’oro del cinema horror nei gloriosi anni ottanta del secolo scorso.
Non saprei neanche da che parte cominciare ad elencare tutti i rimandi, gli omaggi, le dichiarazioni d’amore vere e proprie che in The substance la geniale regista francese Coralie Fargeat è riuscita ad inserire tra un fotogramma e l’altro, senza per altro appesantire il risultato d’insieme, che – ripeto – rimane un grandissimo body horror, intelligente e sofisticato al punto giusto, denso di critica sociale com’è lecito aspettarsi da questo sottogenere, nato e sviluppatosi principalmente negli anni ottanta (anche se i primi germogli, dicono alcuni, sono da ravvisarsi nell’espressionismo tedesco degli anni venti).
Non saprei da dove cominciare, dicevo, ma mi ci provo lo stesso, perché The substance è anche uno di quei film che aumenta il suo valore mano a mano che se ne scoprono le citazioni, come in un gioco di gruppo (e in effetti The substance in questo senso si presta molto ad una visione con gli amici, tra pizza, birra e patatine, giocando a chi indovina prima a chi si riferisce questa o quella situazione)
Partiamo dalle basi e spariamo subito un nome su tutti: Stanley Kubrick. Certo, questo è facile direte voi. Ci sono tantissime inquadrature, scene e colori che rimandano ad almeno due dei suoi capolavori: The Shining (il motivo geometrico del pavimento, il sangue a fiumi nel finale) e 2001 Odissea nello spazio (l’occhio della telecamera, il candore asettico di alcune ambientazioni). Anche se a mio avviso tutto il film potrebbe essere riconsiderato come un Barry Lyndon in salsa horror, perché come nel capolavoro di Kubrick ogni scena rimandava ad un quadro del settecento, qui ogni scena (o quasi) rimanda ad un film horror degli anni ottanta.
Capisco che il paragone con Barry Lyndon possa sembrare esagerato (e senz’altro lo è), ma questo per farvi capire quanto io abbia apprezzato The substance, se ancora non s’era capito…
Andando oltre Kubrick, poi, in The substance non possiamo fare a meno di trovare corrispondenze con quasi tutti i capolavori horror degli anni ottanta, partendo da “La Cosa” di John Carpenter, per arrivare fino a “Society” di Brian Yuzna, passando da altri capolavori Carpenteriani (es. They Live), senza dimenticarci di Cronenberg e il suo “La mosca” (ma anche The Brood, la covata malefica)… come non citare poi i capolavori splatter di Peter Jackson (gli Schizzacervelli e Bad Taste), le altre saghe slapstick-horror di Basket Case, Re-Animator, Evil Dead… per caso, ho già detto Carrie, di Brian de Palma?
Insomma, potrei non finire più di citare film o registi cult degli anni ottanta che The substance in qualche modo cita o ricorda.
Vi sfido, a tal proposito, a ricordarmene altri, perché sicuramente qualcuno me n’è sfuggito.

Ora, per chiudere in “bellezza” (mai tale termine fu più appropriato parlando di un film), vi lascio come sempre alle parole del nostro caro Jason j. Myers, autore dei racconti horror presenti in questo blog.
“The substance è un cazzo di tuffo nella piscina dei ricordi degli anni ottanta. Un tuffo carpiato con triplo salto mortale a cui non posso che dare il massimo dei voti. Pur cavalcando un filone molto in voga in questi ultimi tempi (la celebrazione del decennio horror per eccellenza) il film di Coralie Fargeat riesce ad elevarsi sopra il resto della produzione recente di almeno una spanna e mezza, come un fottuto Budda in meditazione trascendentale sui suoi allievi esterrefatti. Semplicemente stupendo!”
VOTO: 9
Autore della recensione: Jake Green