His House è un film horror del 2020 presente su Netflix, diretto dall’esordiente regista Remi Weekes e interpretato da Sope Dirisu e Wunmi Mosaku.
La storia narrata in His House si può collocare a grandi linee nel filone horror delle case stregate, anche se una volta visto tutto il film e dipanata completamente la trama si possono trovare delle piccole e sostanziali differenze che in realtà lo fanno diventare molto di più di questo, cioè di un semplice storia su una casa maledetta.
Ma andiamo con ordine e vediamo prima di tutto che cosa contraddistingue His House dagli altri film del genere di Amytiville horror, Poltergeist, Insidious, The Others e via discorrendo. Tanto per iniziare, la storia è ambientata tra le semplici e disadorne mura di un appartamento della periferia inglese e non tra quelle sfarzose e magniloquenti di una villa vittoriana, coloniale o cose del genere…
Da questo punto di vista, il film di Weekes utilizza degli ambienti più spartani, meno barocchi e per questo – forse – ancora più terrificanti. Perché se è quello che vi stavate chiedendo vi posso assicurare che His House è un film che fa genuinamente paura, un vero horror con i controcazzi: ci sono jumpscares notevoli e un’atmosfera cupa, ansiogena, che in più punti del film ti fanno venir voglia di mettere in pausa oppure di skippare in avanti per vedere come va a finire senza farsi venire un mezzo infarto.
Però His House non è solo jumpscares e musiche da cardiopalma; e come dicevo prima non è solo l’ennesimo film dell’orrore su una casa stregata.

Innanzitutto, l’orrore che i due protagonisti si trovano ad affrontare nella casa in cui si sono appena trasferiti non è qualcosa di già presente all’interno di essa – ma qui non voglio dilungarmi oltre, perché altrimenti dovrei spoilerare come un bastardo senza cuore. Volendo andare oltre la sua confezione horror, però, si può affermare senza spoilerare che la profondità dei temi e delle questioni morali che His House pone agli spettatori vanno ben al di là di un semplice cimitero indiano violato o della maledizione di una strega del ‘700.
His House esplora un tema di stretta attualità come quello dei viaggi della speranza di tutte quelle persone che fuggono dalla guerra, la povertà e la miseria affidandosi a trafficanti di esseri umani senza scrupoli, rischiando la vita per trovarne una migliore in un paese che non è il proprio; e lo fa da un punto di vista inedito, per certi versi molto originale. Fino a che punto la disperazione può portare le persone? E cosa può spingerle a fare? Queste sono due tra le tante domande sulle quali His House porta lo spettatore a riflettere, mettendo in dubbio le sue certezze morali e politiche.
Ma vediamo cosa ne pensa di His House l’autore dei racconti horror presenti in questo Blog, il nostro caro Jason J. Myers:
“His House mi ha piacevolmente sorpreso: mi ricorda molto i lavori più politicamente impegnati di Wes Craven e per certi versi anche quelli di George A. Romero. E’ un film che sa intrattenere con intelligenza e soprattutto riesce a spaventare il giusto, senza lasciare che la sua parte <<seria>> prevalga sull’intrattenimento puro. Assolutamente da vedere!”
VOTO: 8
Autore della recensione: Jake Green