Era il 2003 quando Rob Zombie decise di entrare a gamba tesa nel mondo del cinema horror con “La casa dei mille corpi”, film dalle molte sfumature di sangue, dal rosso vivo di quello appena sgorgato da una gola tagliata a quello borgogna rappreso di un cadavere scorticato.
Perché se c’è una cosa che il nostro caro Zombie ha voluto mettere fin da subito in chiaro è che con lui ci sarebbe stato poco da ridere: le cose da quel momento in avanti si sarebbero fatte terribilmente serie; l’horror era pronto a ritornare ai fasti macabri e ultra-violenti di “Non aprite quella porta” (1 e 2) e non c’era più spazio per le sfumature ironiche o addirittura comiche di alcuni prodotti degli anni ottanta e novanta (vedi i vari Re-animator, Bambola assassina etc.)
“La casa dei mille corpi” è un film d’esordio di quelli che non si scordano facilmente, e che fanno capire immediatamente quale sia la visione dell’autore, che in questo caso è anche un musicista rock-metal (fondatore e frontman dei White Zombies fino al 1998), figlio di genitori che lavoravano in un Luna Park e appassionato del genere horror.
Le influenze principali nell’ispirazione del nostro eroe si possono infatti dedurre da questi tre elementi della sua vita personale: l’essere un fan dell’horror, un musicista metal e l’aver vissuto con i suoi genitori fino all’adolescenza in un ambiente colorato, “violento” e borderline come quello di un Luna Park itinerante.
Il suo background di musicista professionista si fa sentire in tutto il film non solo per quanto riguarda la colonna sonora, interamente prodotta, scritta e suonata da Zombie, ma anche nel modo di condurre le riprese, alternando inquadrature regolari a spezzoni “di rottura” che hanno l’andamento di un videoclip rock-metal, e in generale ad una specie di improvvisazione calcolata tipica dell’ambiente musicale.
L’aver vissuto la sua giovinezza nell’ambiente di un Luna park, invece, si vede chiaramente nelle location, negli sfondi scenografici e nell’utilizzo della memorabilia pacchiana e colorata appartenente a quel genere di mondo: non c’è inquadratura, soprattutto nella prima parte, in cui questo background suggestivo e amarcordico (Fellini si rivolterà nella tomba, lo so) non venga fuori prepotentemente, come una firma d’autore.
“La casa dei mille corpi” è un caleidoscopico vorticare ritmato di ammazzamenti, sadismo e torture che cattura i sensi e lascia a volte storditi, immersi nella tempesta di sangue e violenza di cui il nostro fido Zombie ha infarcito il film, risultando in un certo senso a volte anche stucchevole, ma sicuramente mai noioso.

Nel momento in cui scrivo questa recensione tardiva sono passati vent’anni dalla sua uscita e avendolo da poco rivisto posso tranquillamente affermare che è invecchiato bene, nonostante tutto: gli effetti speciali sono ben fatti, in alcune scene ancora disturbanti; la recitazione è di un certo livello, anche nelle tante situazioni sopra le righe, e in generale l’atmosfera sordida e malata, soprattutto nell’ultima mezz’ora, è rimasta invariabilmente shockante.
Una menzione d’onore meritano i personaggi principali e cioè Capitan Spoulding, Otis e Baby, che risultano da subito molto iconici, pur essendo derivativi e non del tutto originali. L’influenza dei capolavori di Tobe Hopper si sente anche nella scelta di questi cattivi (tra l’altro Bill Mosley, che interpreta Otis, era in Non aprite quella porta parte 2): perversi e sadici quanto quelli ideati cinquant’anni fa dal maestro texano.
C’è poi una scena in particolare, che è una di quelle che mi hanno fatto pensare fin dal primo momento in cui l’ho vista che ci fosse del genio in Rob Zombie; mi riferisco a quella, nella seconda metà del film, in cui i poliziotti e il padre di una delle vittime vanno a casa della famiglia Firefly, scoperchiando il vaso di pandora degli orrori perpetrati da quegli assassini psicopatici.
Nella sua semplice dissonanza, unendo musica country, western e horror in un connubio del tutto originale, attraverso l’utilizzo di un rallenty à la Peckinpah, quella scena è a mio modesto parere di una bellezza artistica disarmante e unica, qualcosa che va al di là del semplice film horror.
Dopo un esercizio supremo di stile del genere, si può perdonare a quel mattacchione di Zombie tutto ciò che ne La casa dei mille corpi risulta a volte estremo e ridondante: la violenza eccessiva e parossistica, la scarsa originalità mascherata da citazionismo e la generosità caciarona con cui mischia miti nuovi e vecchi dell’horror, pescando a piene mani nell’immaginario collettivo degli ultimi settant’anni.
Come al solito, vi lascio al parere che Jason J. Myers, l’autore dei racconti horror presenti in questo blog, ha espresso riguardo al film di Rob Zombie:
“La casa dei mille corpi è come un pugno nello stomaco dato a tradimento dal compagno di scuola simpatico e un po’ sbruffone. E’ un film divertente, che risente forse dell’esuberanza del suo autore. Sembra quasi che Rob Zombie abbia voluto sparare subito tutte le cartucce a sua disposizione: in questo senso è un film esagerato, pieno di citazioni e riferimenti alla cultura horror che a volte risultano quasi eccessivi. Però c’è da dire che è un’opera prima molto divertente, spaventosa e soprattutto disgustosa quanto basta per una bella serata tra amici. Promosso a pieni voti!”
VOTO: 8 e 1/2
Autore della recensione: Jake Green