Cabinet of curiosities di Guillermo Del Toro: recensione


Cabinet of curiosities è una serie antologica curata da Guillermo Del Toro (che presenta ogni episodio in pure stile Alfred Hitchcock) e prodotta da Netflix.

Si tratta di otto episodi della durata di un’ora circa l’uno, che Guillermo Del Toro ha ideato e curato, affidandone la direzione ad altrettanti registi tra quelli che più stima nel panorama horror moderno.

Come molti fan di vecchia data di Del Toro avranno già intuito, Il filo comune che lega tutti gli episodi di Cabinet of Curiosities – anche se non sempre viene esplicitato- ha un nome e un cognome ben precisi: Howard Philip Lovecraft.

Guillermo Del Toro, del resto, ha sempre affermato di essere il fan numero uno del genio di Providence e, prima ancora che essere una serie antologica dedicata al genere horror, Cabinet of Curiosities è senza ombra di dubbio un atto d’amore di Guillermo del Toro nei confronti di Howard Philip Lovecraft.

Cabinet of curiosities di Guillermo Del Toro

Tanto per cominciare, ben due episodi su otto si basano su racconti di Lovecraft che gli appassionati del genere sicuramente conoscono e hanno letto: Il modello di Pickman (Pickman’s model), ep.5, e I sogni nella casa stregata (Dreams in the Witch house) ep.6.

Bisogna ammettere però, adattamenti fedeli o meno a parte, che tutti gli episodi di Cabinet of Curiosities trasudano atmosfere Lovecraftiane fino al midollo, declinate in salse più o meno moderne. Perlomeno, questo è quello che pensa un estimatore sia di Howard Philip Lovecraft che di Guillermo Del Toro come il sottoscritto.

Ma andiamo con ordine ed esaminiamo brevemente ogni episodio di Cabinet of Curiosities.

Partiamo dal primo, ovvero “Lotto 36” (lot 36), una godibilissima storia di demoni e avidità tratta da un racconto dello stesso Del Toro e diretta con mano sicura da Guillermo Navarro (direttore della fotografia in molti film di Del Toro). Il protagonista è il mitico Tim Blake Nelson (che interpreta un personaggio detestabile) e la storia è una sorta di “Affari al buio” in cui sono coinvolti tavolini da seduta spiritica e dei libri che, manco a dirlo, ricordano neanche troppo velatamente il Necronomicon… che ve lo dico a fare? Voto: 7 e 1/2.

Il secondo episodio, “I ratti del cimitero” (Graveyard Rats), è diretto da Vincenzo Natali (il regista di quel piccolo gioiellino di “Cube – il cubo”, nonché di “Splice” e del più recente “Nell’erba alta”), si basa sull’omonimo racconto di Henry Kuttner, scrittore che apparteneva alla cerchia letteraria di – guarda un po’ – H. P. Lovecraft. Tra tombaroli che derubano cadaveri e ratti grandi come maiali, la storia si dipana con convinzione e un elevato senso del macabro verso territori forse non troppo originali, ma di sicuro effetto. voto: 8

David Prior, regista dell’horror recente “The Empty man”, firma con notevole senso del terrore Il terzo episodio della serie, “L’autopsia” (The Autopsy), tratto da un racconto dell’autore weird Michael Shea, che viaggiando tra i confini dell’horror e della fantascienza si rivela essere uno degli episodi più riusciti di Cabinet of curiosities. Se poi ci aggiungiamo un’interpretazione come al solito strepitosa del grande F.Murray Abraham, ecco che il succulento pasto (di sangue e cervella) è servito. Voto: 9

L'autopsia-Cabinet of curiosities

“L’apparenza” (The Outside) è il titolo del quarto episodio, diretto da Ana Lily Amirpour, una regista inglese di origini iraniane che si è fatta notare fin dai suoi esordi per una visione estetica particolare dei generi cinematografici (dall’horror western di “A girl walk alone in the night” all’apocalisse cannibalica di “The Bad Batch”). La storia è tratta da un fumetto di Emily Carrol ed è interpretata dalla brava Kate Micucci, una comica americana.

Un team tutto al femminile, insomma, per raccontare una storia di vanità, bellezza e creme estetiche dai terrificanti poteri rigeneranti. E’ tutto sommato l’episodio più “politico” e meno horror di tutta la serie e per certi versi ricorda il primo Romero, ma senza il sangue e le budella che a noi piacciono tanto. Oddio, in realtà una scena budellosa ci sarebbe pure, ma è più weird che horror. Voto: 6 e 1/2, senza nulla togliere alla bravura di regista e interprete.

Ritorniamo ad alti livelli di terrore con l’episodio numero 5 “Il modello di Pickman” (Pickman’s model), tratto da uno dei racconti horror più riusciti di Howard Philip Lovecraft, che si rivela molto fedele alla storia originale, variandone solo in parte gli avvenimenti principali con una maggiore stratificazione dell’intreccio. Il regista di questo episodio è Keith Thomas (“The Vigil”) e tra gli interpreti il sempre ottimo Ben Barnes e uno stratosferico Crispin Glover, totalmente calato nella parte del pittore malefico. Voto: 9

L’altro adattamento di un racconto di Lovecraft è l’episodio numero 6 “I sogni nella casa stregata” (Dreams in the Witch House), diretto da Catherine Hardwicke, la quale tra le altre cose ha diretto il primo “Twilight”, saga sui vampiri che ogni appassionato horror che si rispetti dovrebbe detestare con tutto il suo cuore… l’interprete principale di questo episodio è Rupert “Ron Weasley” Grint (quello di Harry Potter). Tra i due episodi tratti direttamente da Lovecraft, questo è sicuramente quello meno riuscito e anche, in un certo senso, il meno fedele dei due. Non è male, intendiamoci, ma “Il modello di Pickman” gli è decisamente superiore. Voto: 7+.

Tocca ora al settimo episodio: “La visita” (The Visiting) di Panos Cosmatos. Per chi non lo conoscesse, Cosmatos ha diretto Nicholas Cage in quel delirio psichedelico e fuori di testa che è “Mandy”, un film del 2018 di cui consiglio altamente la visione – se avete voglia di farvi un viaggio senza lo sbattimento di dovervi cercare uno spacciatore. Detto questo, bisogna aggiungere almeno un paio di cose: innanzitutto questo episodio è stato scritto da Cosmatos stesso insieme ad Aaron Stewart-Ahn; secondo particolare, ne “La visita” recita quel mattacchione di Peter Weller.

La storia è talmente particolare, come del resto è lecito aspettarsi da un pazzo come Panos Cosmatos, e ricorda come atmosfere Lovecraftiane “Il colore venuto dallo spazio”. Naturalmente, Cosmatos ci mette del suo (tra un John Carpenter fatto di acidi e un David Lynch in crisi mistica, tanto per intenderci)… ad ogni modo, a me questo episodio è piaciuto parecchio, ma devo ammettere di essere di parte, in quanto apprezzo lo stile di Panos Cosmato; quindi, voto: 8 e 1/2.

Passiamo infine all’ultimo episodio “Il brusio” (The Murmuring), diretto da Jennifer Kent (regista del pluri-acclamato Babadook) e tratto da un racconto breve dello stesso Guillermo Del Toro. Che dire di questa chiusura di serie? La storia è carina, tra fantasmi e atmosfere new-age, e si lascia guardare. Ci sono un paio di momenti che ti lasciano col fiato sospeso e tutto sommato mi è piaciuta, anche se lasciarla come ultimo episodio non mi pare sia stata una scelta azzeccatissima, in quanto di horror ha davvero poco. Voto: 7 –.

Autore dell’articolo: Jake Green


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