Trasporre H.P.Lovecraft dalla carta al grande o piccolo schermo è sempre stata una sfida che in pochi hanno saputo vincere, o quantomeno affrontare con una certa perizia: Il colore venuto dallo spazio, film del 2019 diretto da Richard Stanley ed interpretato da Nicholas Cage è di sicuro uno di quegli esempi in cui, quando ci si mette il cuore, rappresentare l’irrappresentabile diventa un obiettivo più che fattibile.
Certo, ci vuole la follia di un genio o la genialità di un folle, e anche se non ho ancora capito se Richard Stanley sia più genio o più matto, questo suo “Il colore venuto dallo spazio” è la prova inconfutabile che Stanley possieda fuori da ogni dubbio una personalità e una visione artistiche che pochi registri odierni possono vantare. Senza tralasciare che “il colore venuto dallo spazio” è il suo primo lungometraggio dopo quasi trent’anni dall’ultimo “Demoniaca”, un horror-western visionario del 1992.
Per quanto riguarda Nicholas Cage, invece, che dire… che quest’uomo sia un mito, lo sapevamo già dai tempi di Cuore selvaggio del grande Lynch; ma con il passare del tempo e le sue partecipazioni ai film più folli e stralunati degli ultimi tempi (Mandy di Panos Cosmatos su tutti), il nostro Cage conferma uno physique du role stratosferico, da attore di genere come non se ne vedevano dai tempi di Vincent Price e James Cagney.
Tornando invece a ” Il colore venuto dallo spazio”, per quel che mi riguarda questo film è una delle trasposizioni cinematografiche più riuscite di Lovecraft insieme a grandi classici come Re-animator, From Beyond, Dagon e il corto “The Pickman’s model” presente nella raccolta Cabinet of Curiosities di Del Toro; e questo perché non solo ci restituisce in pieno le atmosfere e l’epicità mostruosa che si respirano nelle opere di Lovecraft, ma lo fa rispettando la storia originale da cui è tratta con un rigore quasi filologico. Certo, non siamo ai livelli de “Il signore degli anelli” di Peter Jackson, ma poco ci manca.
Per quanto riguarda la componente horror del film, inoltre, le scene memorabili sono molte e anche di impatto notevole. Alcune vi rimarranno impresse per molto tempo dopo la visione. Richard Stanley non dev’essere uno che viene facilmente a compromessi, questo è palese, e ne “Il colore venuto dallo spazio” non si è fatto scrupoli ad inserire scene così fuori di testa da urtare la sensibilità di più di uno spettatore, sbattendosene quindi altamente di fare un prodotto che potesse piacere alla massa.

Basterebbero del resto gli anni di inattività tra un progetto e l’altro, i progetti da cui è stato estromesso (date un’occhiata alla sua pagina wikipedia) per capire quanto il nostro Stanley non sia un tipetto per niente facile da gestire o manipolare.
Però in questo film ci ha messo il cuore e l’anima, oltre che il cervello, e il risultato è a mio modesto parere una spanna al di sopra di molti film horror recenti, di una radicalità e memorabilità che non si vedeva dai tempi de “La cosa” di John Carpenter: film con cui del resto ha diversi punti in comune, viaggiando come quest’ultimo lungo i confini dell’horror, della fantascienza e del gore più radicale.
Vi lascio come al consueto con il parere dell’autore dei racconti horror presenti in questo blog, il nostro Jason J. Myers:
“Con il colore venuto dallo spazio, Richard Stanley ha tirato fuori dal cilindro una delle migliori e più fedeli trasposizioni dell’immenso Lovecraft; questo film è un gioiello raro, di una bellezza e unicità rari. Ne Il colore venuto dallo spazio si respira l’odore delle pagine di Weird Tales e l’orrore cosmico del maestro di Providence; Lovecraft stesso ne sarebbe orgoglioso.”
VOTO: 9
Autore della recensione: Jake Green